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Dettaglio Notizia

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N°:58 del 27/06/2011

J.M. DeMATTEIS E LA JUSTICE LEAGUE

"Farò del mio meglio. Ho un articolo che ho scritto in passato che potrei adattare per te. Non sarà molto lungo, ma ti manderò comunque qualcosa", rispose l’americano più gentile del mondo ad uno sconosciuto dall’improbabile idioma inglese.
“Ehi, Signor DeMatteis! Planeta DeAgostini sta per ristampare la sua Justice League. Perché non scrive un’introduzione in proposito, per il mio sito?”, aveva chiesto lo sconsiderato, armato di Google translate.
Questo è tutto. Più o meno. Leggetevi cosa intende una persona estremamente disponibile per “Non sarà molto lungo, ma ti manderò comunque qualcosa”. Ringrazio e saluto J.M. DeMatteis (si chiama John Marc, nonostante sia indicato diversamente in numerose storie del passato) e vi ricordo che è suo il copyright del testo, sia in italiano che in inglese. Grazie al buon Valerio Starna per le traduzioni e per la sua pazienza.

Piccolo Hughie



THE SECRET ORIGIN OF THE JUSTICE LEAGUE

Non volevo farlo. Giuro. Era la fine del 1986, avevo appena finito la storia in quattro parti “End of the Justice League of America”, che concludeva l’era della Justice League Detroit e faceva largo ad un nuovo inizio per la JLA, e non vedevo l’ora di dedicarmi a Progetti Personali Più Importanti. Ma Andy Helfer, uno dei redattori migliori con cui abbia mai lavorato (il che non mi sorprende, visto che è cresciuto nel mio stesso quartiere, a Brooklyn), continuava a ripetere “Penso che avrò bisogno di te per i dialoghi della nuova serie della Justice League”. “Ma Andy, io non voglio dialogare la nuova serie della Justice League”. Andy si limitò ad annuire, soffiare via del fumo di sigaretta, e sorridere.

Una piccola cosa quel sorriso, ma carico di significato. Sembrava dire “Non hai scampo, DeMatteis”. “Sei mio.”

E per qualche strano motivo, aveva ragione. Andy mi diede le copie a matita del primo numero, fatte da un ragazzo nuovo, un certo Kevin Maguire.  Mi chiese solo di leggerle. Keith Giffen, autore della trama, aveva già scritto dei dialoghi, a quel tempo Keith era conosciuto principalmente come disegnatore, e né lui né Andy erano soddisfatti del risultato. Davanti alle mie proteste, Helfer rispose semplicemente “Dacci solo un’occhiata”. E poi sorrise di nuovo.

E così lo feci. Guardando le bozze, mi accorsi che chiunque fosse questo Maguire, era dannatamente bravo. Inoltre, sapevo che Andy aveva già ingaggiato Terry Austin per gli inchiostri, mi resi conto che stavo lavorando a un qualcosa di veramente speciale (per la cronaca: Kevin, il Signore delle Espressioni Facciali, è stato uno dei principali fautori della popolarità immediata della nuova League. Ha creato le linee guida per tutti i disegnatori che sono seguiti). Nonostante quello che mi era stato detto, Keith aveva fatto un buon lavoro con i dialoghi. Scorrevano rapidi e brillanti, e i personaggi sembravano tridimensionali e reali. “Andy,” gli dissi, “non hai bisogno di me.  Keith ha fatto un lavoro eccellente e—” “Keith non pensa di farcela ogni mese. – mi interruppe – Ha paura di avere troppa carne sul fuoco.”  “Ma—” E lui sorrise ancora.

E così iniziai a riscrivere la storia di Keith. Non sapevo perché lo stessi facendo, non ricordo di aver mai accettato di farlo, ma lo feci lo stesso. E forse, solamente forse, mi sono anche divertito. In un certo senso. Non l’avrei mai ammesso a Helfer ovviamente. Insomma, ero convinto che sarei riuscito a tirarmene fuori dopo la prima uscita.

E invece, inspiegabilmente, ecco arrivare il secondo numero. Niente dialoghi di Keith stavolta, solo i suoi fantastici layout alla Harvey Kurtzman, con le basi della storia racchiuse in ballon piuttosto succinti. Mi sono detto, beh la storia non è male. E Keith ci ha messo delle situazioni divertenti. E ci sono delle belle battute. E...

Trascorsero cinque anni. Cinque anni, passati su quello che è diventato uno dei lavori più belli che abbia avuto nel mondo dei fumetti. Ogni mese mi arrivava un altro copione di Giffen, scrivevo le prime cose che mi passavano per la testa, e spesso le più folli, riempendo pagine e pagine di tutto ciò che potevo immaginare, e sia Helfer sia Giffen mi dicevano che avevo fatto un ottimo lavoro! Per me non era un lavoro, era un gioco. E mi pagavano per giocare. E non solo:

Accadde una cosa strana. I nostri personaggi fuori le righe, alcuni li chiamerebbero odiosi, iniziarono a divenire reali per noi (riconosco che è un cliché, ma è andata proprio così). C’era qualcosa in quei Marziani, dee del ghiaccio e viaggiatori del tempo che era veramente reale. Molto più reale, penso, di molti (se non di tutti) degli altri supereroi sempre così seri che c’erano lì fuori (e ve lo dice uno che ha costruito la sua reputazione lavorando con loro). Per la maggior parte delle persone, la chiave del successo della Justice League di Giffen e DeMatteis era l’umorismo; i lettori seguivano la serie per i dialoghi sciocchi e le situazioni incredibili. È sicuramente così, ma quell’umorismo non avrebbe mai funzionato se tutti noi, lettori e creatori, non avessimo creduto in quei personaggi.

I membri della League mi ricordavano gli amici con cui ero cresciuto a Brooklyn, seduti a casa di sabato sera, con i piedi per aria, senza barriere, a prenderci in giro e raccontarci i nostri problemi. Eravamo noi stessi, senza le pressioni del mondo esterno. La Justice League divenne il mio fumetto del sabato sera. Un posto in cui togliere la maschera dello Scrittore Serio e dove essere libero di scrivere per il puro gusto di farlo. Erano Keith e Andy ad avere la peggio. Loro dovevano creare le storie, io dovevo solo far parlare i miei amici. Più facile di così.

Un’altra cosa meravigliosa che accadde fu la chimica tra me e Giffen. La nostra era (e lo è ancora. Guardate i numeri più recenti di Booster Gold per vedere cosa combiniamo attualmente – NOTA: in Italia a partire dal terzo volume della serie attuale, pubblicata da Planeta DeAgostini) una collaborazione fondata su 2 elementi: la spontaneità – le persone non mi credono, ma spesso io non avevo alcuna idea della piega che avrebbe preso la storia finché non arrivava il nuovo copione di Keith – e la fiducia. In particolare la fiducia è stata la chiave di volta. È vero, non sapevo cosa aspettarmi da un mese all’altro, ma ero certo che Keith non mi avrebbe deluso. Lui è uno degli esseri umani più creativi che abbia mai incontrato, capace di dar vita in un giorno a più storie di quanto io saprei fare in un anno. E Keith — che pazzo! – si fidava di me a tal punto da concedermi tutta la libertà creativa che desideravo. A volte restavo nei margini dell’universo ideato da Giffen, altre volte partivo per universi privati. Dai dialoghi nacquero nuovi collegamenti tra personaggi e svolte della trama. A volte, ciò che andava in stampa, era molto diverso dalle intenzioni di Keith, ma lui non si è mai lamentato. Nemmeno una punta di ego, mai. Scrivere Justice League era come una rilassante partita di tennis: Keith mi lanciava la palla, io la passavo a lui, lui di nuovo a me, e con ogni colpo di racchetta, le storie crescevano ben oltre le nostre intenzioni.

E durante tutto questo tempo, Helfer non faceva altro che sedere sulle gradinate, istruendoci, incitandoci e, a volte, dandoci una sonora lavata di capo, sempre con quella sigaretta in bocca e quel sorriso diabolico sul volto.

Dopo cinque anni, (durante i quali abbiamo lavorato a una serie apparentemente infinita di spin-off di JL) io, Keith, e Andy eravamo esausti, e avevamo chiuso con la Justice League. Continuai a collaborare con Helfer su altri progetti, come Brooklyn Dreams per la Paradox Press (sottoetichetta della DC che precorse i tempi, trattando temi più reali e maturi, e che Andy dirigeva), ma non ci fu occasione di vedere Keith: le nostre strade non si incrociarono mai. Nel corso degli anni, ogni tanto si parlava di un progetto che portasse a una possibile riunione, ma penso che nessuno di noi, compresi quelli della DC, fosse entusiasta all’idea. Era finita. Il passato era passato.

Nel 2003, Dan Raspler in qualche modo convinse Keith e i Poteri Sovrani della DC che la riunione del team Giffen-DeMatteis sarebbe stata una cosa buona. Io non ne ero così sicuro. Anzi, temevo che sarebbe accaduto esattamente l’opposto. La mia mente era affollata dalle immagini di quei terribili film in cui il cast di una popolare serie televisiva si riuniva dopo tanti anni per un ultimo progetto (come Mary, Rhoda, oppure Gilligan Return To Mayberry): film imbarazzanti, che finivano per rovinare irrimediabilmente la reputazione di quanti ne facessero parte. Ma erano passati più di 10 anni da quando avevo lavorato con Keith, e volevo rifarlo, così dopo un respiro profondo, accettai.

Keith mi inviò la storia del primo numero e, ovviamente, era eccezionale. Io invece, già mentre buttavo giù le battute per le prime 5 o 6 pagine, mi sentivo impacciato, a un punto morto. Ma poi accadde una cosa incredibile: i personaggi iniziarono a parlare, tra loro e con me, e le parole iniziarono a girare liberamente per la pagina. Di colpo era di nuovo il 1987. Anche meglio. Il risultato, così perfettamente disegnato dall’artista originale di JL, Kevin Maguire, è stato quel Formerly Known As The Justice League, che nel 2004 vinse il premio Eisner Award per Best Humor Publication (Migliore Pubblicazione Umoristica). Ma per me ilvero premio fu la sorprendente rivelazione che Keith ed io, insieme, eravamo dannatamente bravi. Potrà sembrarvi strano, a dire il vero è strano, ma giuro che né io, né Keith avevamo capito quanto fosse speciale la nostra collaborazione finché non abbiamo lavorato a questo progetto insieme.

Negli anni ’80 eravamo solo una coppia di freelancer reclutata da un brillante e ingegnoso redattore per fare un lavoro. Lo abbiamo fatto e ci siamo divertiti, ma per noi era “solo un altro lavoro”. Ai tempi di Formerly Known As e del seguito, I Can’t Believe Its Not The Justice League, eravamo maturi (beh, non troppo maturi) e saggi (non così saggi) al punto da capire finalmente che per quanto potessimo essere bravi individualmente, quando le nostre teste canute e storte si mettevano insieme, succedeva qualcosa di unico.

Andy Helfer l’aveva capito dall’inizio. Ecco perché sorrideva. 

© copyright 2011 J.M. DeMatteis

 

 

THE SECRET ORIGIN OF THE JUSTICE LEAGUE

I didn’t want to do it.  Really.  It was late 1986 and I’d just completed the four-part “End of the Justice League of America”—wrapping up the infamous Justice League Detroit era and clearing the path for a JLA reboot—and  I was anxious to move on to More Important Personal Projects.  But  Andy Helfer—one of the best editors I’ve ever worked with (which makes sense since he grew up in the same Brooklyn neighborhood I did)—kept saying, “Yeah, well, I might need you to dialogue the new Justice League book.”  “But Andy,” I said, “I don’t want to dialogue the new Justice League book.”  Andy nodded, puffed out a stream of cigarette smoke and smiled.

Just a little thing, that smile.  But it spoke volumes.  “I’ve got you, DeMatteis,” that smile said.  “You’re mine."

And, somehow, he did get me.  Andy gave me copies of the first issue pencils, done by some new kid named Kevin Maguire.  He just wanted me to look it over, he said.  Keith Giffen—who plotted the story—had already dialogued it, but  neither he nor Keith (who, in those days, was primarily known as an artist) was pleased with the finished product, he said.  I protested.  “Just look at it,” quoth the Helfer.  And he smiled again.

So I looked it over.  This Maguire, whoever he was, was pretty damn good—Andy had Terry Austin lined up to ink, so I knew this was going to be a beautiful-looking book. (For the record:  Kevin, Master of the Expressive Face, was in no small part responsible for the new League’s instant popularity.  He set the tone for all the artists to follow.)  Despite what I’d been told, I thought Keith had done a great job on the dialogue.   It was fast and funny and yet the characters seemed three-dimensional and real.  “Andy,” I said, “you don’t need me.  Keith’s doing a terrific job and—”  “Keith doesn’t think he can do it every month.  He’s afraid he’ll choke up.”  “But—”  He smiled again. 

So there I was, rewriting Keith’s script.  I didn’t know why I was doing it—I don’t remember ever actually agreeing to do it—but there I was.  And maybe, just maybe, it was fun.  Kinda.  Not that I was going to admit it to that bum, Helfer.  Anyway, I was sure I could weasel out after the first issue.

But, somehow, the second issue plot arrived at my door.  No script from Keith this time, just his delightful, Harvey Kurtzman-like layouts, with the foundation of the story mapped out in fairly succinct word balloons.  Well, I thought, the story’s pretty good.  And Keith’s situations are pretty funny.  And he’s sure got some terrific one-liners in here.  And...

Five years went by.  Five years of what evolved into one of the most enjoyable gigs I’ve ever had in comics.  Every month I’d get another Giffen plot dropped into my lap, I’d write the first—and very often the silliest—things that would pop into my head, filling up the pages with all the fast-and-loose repartee I could muster, and Helfer and Giffen would tell me what a terrific job I’d done:  This wasn’t work, this was play.  And they were paying me for it.  And not only that:

An odd thing began to happen.  Our outrageous—some would say obnoxious—cast of characters began to (I know it’s a cliche, folks, but it’s true) come alive for us.  Something about those Martians and ice-goddesses and time travelers was very real.  Far more real, I think, than many—if not most—of the ever-so-serious super-heroes out there in Angst Land (and keep in mind that this observation is coming from a writer who’s made his reputation trafficking in angst).  Most people would say that the key to the Giffen-DeMatteis Justice League’s success was its humor; that people read it for the goofy dialogue and the wild situations.  And that’s certainly a large part of it.  But the humor wouldn’t have worked if we—readers and creators alike—hadn’t believed in those characters.

The Leaguers reminded me of the gang of friends I grew up with in Brooklyn, sitting around on Saturday nights, putting our feet up, dropping our defenses, ragging on each other, sharing our problems.  Just being ourselves, without the pressures of the world intruding.  Justice League became my comic book Saturday night.  A place I could go to drop the Serious Writer mask and just write for the sheer fun of it.  Keith and Andy had the real headaches:  they had to make up the stories!  I just had to put words in the mouths of my friends.  No problem.

Another wonderful thing that began to happen was the chemistry between myself and Mr. Giffen.  Ours was (and remains.  Take a look at recent issues of Booster Gold to see what we're up to these days) a collaboration based on two ingredients:  spontaneity—people don’t believe me, but I often had no idea what was coming up in the next issue until Keith’s plot arrived—and trust.  The trust was the key, I think.  No, I never knew what to expect in a given month, but I knew that Keith—one of the most purely creative human beings I’ve ever met; the guy comes up with more viable story ideas in a day than I do all year—would deliver the goods.  And Keith—the fool!—trusted me enough to give me all the rope I needed to hang myself.  Sometimes I stayed tightly within the parameters of the Giffen universe, but other times I took off for universes of my own.  Whole new relationships and plot twists emerged in the dialogue.  What saw print was sometimes far removed from Keith’s intentions.  And never once did Keith complain.  Never once did even a hint of ego arise.  Writing Justice League was like a relaxed game of tennis:  Keith would lob the ball to me, I’d lob it back to him, he’d lob it back again, and, with each whack of the racket, the stories would grow far beyond what either of us intended.

And all the while that guy Helfer would sit in the bleachers, coaching us, cheering us, occasionally chewing us out, and always puffing on that cigarette, smiling that devilish smile.

At the end of five years (during which we also worked on a seemingly-endless array of JL-related spin-offs) Keith, Andy and I were all exhausted and pretty much done with the League.  I continued to work with Helfer on projects—Brooklyn Dreams was done for DC’s ahead-of-its-time Paradox Press imprint, which Andy supervised—but Keith and I rarely saw each other:  our creative paths just didn’t cross.  Over the years, there was occasional talk of a reunion project, but I don’t think any of us—and that included the folks at DC—were all that enthusiastic about it.  We’d moved on.  The past was the past.

In 2003, editor Dan Raspler managed to convince both Keith and the Powers That Be at DC that a Giffen-DeMatteis reunion would be a good thing.  I wasn’t so sure.  In fact, I was afraid that the result would be just the opposite.  My mind was flooded with visions of all those execrable TV reunion movies (y’know, Mary, Rhoda and Gilligan Return To Mayberry?):  embarrassing endeavors that only ended up tarnishing the reputations of everyone involved.  But it had been more than ten years since I’d worked with Keith and I was eager to collaborate again, so I took a deep breath and agreed.

I received Keith’s plot for the first issue and it was, unsurprisingly, terrific.  I, on the other hand, felt myself stumbling and stalling as I scripted the first five or six pages.  But then a funny thing happened:  the characters began talking—to each other and to me—the words starting spilling across the page and it was 1987 all over again.  Only better.  The result, perfectly visualized by our original JL artist Kevin Maguire, was Formerly Known As The Justice League, which won the 2004 Eisner Award for Best Humor Publication.  But, for me, the real award was the startling revelation that Keith and I were a damn good writing team.  That may sound strange—okay, it is strange—but I swear it wasn’t until we worked on that reunion series that Keith and I both realized just how special our collaboration is.

Back in the 80’s we were two freelancers recruited by a brilliant and crafty editor to do a job.  We did it, we had fun—but it was Just Another Gig to us.  With Formerly Known As and its sequel, I Can’t Believe Its Not The Justice League, we were old (but not too old) and wise (but not too wise) enough to finally understand that, however good we were individually, something unique happened when we put our two warped and graying heads together.

Andy Helfer knew it right from the start.  I guess that’s why he was smiling. 

© copyright 2011 J.M. DeMatteis